Open/Close Menu IO SONO LA VIA LA VERITA' E LA VITA Giov. 14:6

Il termine «esegesi» è abbastanza conosciuto e dai tempi di Platone (Leges 631) e di Diodoro siculo (2,29) significa «interpretazione», essendo composto dal verbo «condurre (ēgeomaiagō) e dalla preposizione «fuori (ex-)»: fare esegesi è dunque estrarre da un testo il suo significato. Più sconosciuto è il termine «eis-egesi» usato per dire polemicamente che c’è il pericolo di mettere dentro (eis-ēgeomai) a un testo quello che nel testo non c’è. Venendo a Paolo di Tarso, c’è da chiedersi che cosa dalle sue lettere è possibile ricavare sul suo modo di concepire la donna nell’ekklesia, e che cosa invece nelle sue lettere non c’è ma, influenzati dallo spirito del tempo, gli interpreti sono stati portati a introdurvi eis-esegeticamente.

I testi di Paolo di cui fare l’«esegesi» per mettere in luce il suo pensiero circa la donna cristiana sono due, e sono tutti e due nella prima lettera ai Corinzi: si tratta di 1Cor 11,2-16 e 14,33b-36.

Le istruzioni di Paolo alla comunità di Corinto sono in genere unanimemente intese dalle religioni cosiddette cristiane come un divieto, durante il culto, ai credenti maschi di coprirsi il capo quando pregano e come un divieto alle credenti femmine di pregare a capo scoperto. Da qui l’obbligo religioso del velo o di un copricapo per le donne.

Esaminando bene il testo biblico sorgono però, se non delle obiezioni, almeno delle domande. Eccole:

Al v. 15 Paolo dice, riguardo alla donna, che “i capelli le sono dati in luogo di copricapo”. Ora, se i capelli lunghi fungono già da copricapo alla donna, perché le servirebbe un ulteriore copricapo?

Se “l’uomo non si deve coprire il capo” (v. 7) durante la preghiera, come si spiega che al sommo sacerdote e ai sottosacerdoti era richiesto un copricapo?

“Farai anche una piastra d’oro puro, e su essa inciderai, come s’incide sopra un sigillo: Santo al Signore. La fisserai con un nastro violaceo sul turbante e starà sulla sua parte anteriore. Starà sulla fronte di Aaronne … farai un turbante di lino fino”.- Es 28:36-39.

“Si coprirà il capo con il turbante di lino”. – Lv 16:4.

“Mosè fece avvicinare i figli d’Aaronne … e legò sul loro capo delle mitre, come il Signore aveva ordinato a Mosè”. – Lv 8:13.

Oltre a porsi queste domande, si potrebbe anche domandare come mai tale questione è menzionata in tutte le Scritture Greche (il cosiddetto Nuovo Testamento) solo in questo passo di 1Cor 11:4-16. In più, se la questione è così importante, perché non vengono date istruzioni più precise? Ad esempio, il copricapo potrebbe essere costituito dal cappuccio di un mantello? Oppure deve essere proprio un velo? E quanto grande? Un cappello andrebbe bene ugualmente? In verità, come vedremo, la parola “copricapo” nel brano paolino compare una sola volta e unicamente come paragone.

È davvero quindi il caso di esaminare molto accuratamente il testo greco originale.

Iniziando l’indagine si scopre subito che qualcosa che non quadra. Ci riferiamo al v. 4. Eccone alcune traduzioni:

“Ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto fa disonore al suo capo”. – NR.

“Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo”. – C.E.I.

“Ogni uomo, orando, o profetizzando, col capo coperto, fa vergogna al suo capo”. – Diodati.

“Ogni uomo, che prega o profetizza col capo coperto, fa vergogna al suo capo”. – Nuova Diodati.

“Ogni uomo che prega o profetizza avendo qualcosa sul capo fa vergogna al suo capo”. – TNM.

Vediamo ora il testo biblico originale del v. 4:

πᾶς ἀνὴρ προσευχόμενος ἢ προφητεύων κατὰ κεφαλῆς ἔχων καταισχύνει τὴν κεφαλὴν αὐτοῦ

pàs anèr proseuchòmenos è profetèuon katà kefalès èchon kataischýnei tèn kefalèn autù

ogni uomo pregante o profetizzante giù da capo avente disonora il capo di lui

La nostra attenzione è richiamata dall’espressione katà kefalès èchon, che letteralmente significa “giù da capo avente”. Che cosa significa? A quanto pare, i traduttori sottintendono “copricapo”, come se fosse: ‘Avendo un copricapo che scende sulla testa’.

L’espressione greca κατὰ κεφαλῆς (katà kefalès) significa “giù per la testa” (cfr. L. Rocci, Vocabolario Greco Italiano). Ma che cosa “giù per la testa”? Intanto possiamo stabilire che Paolo sta dicendo che è vergognoso per un uomo pregare “avendo giù per la testa”. Cercheremo poi di scoprire che cosa sia che scendendo “giù per la testa” mentre un uomo prega lo rende tanto ignobile.

Prima di continuare la nostra analisi è il caso di definire bene le parole-chiave che ci interessano e che compaiono nel nostro testo:

Il suddetto vocabolario (che è quello della sezione di 1Cor 11:4-16) ruota attorno alla kefalè, la “testa”, avendo a che fare con i capelli lunghi o corti, con la chioma, con lo scoprire e il coprire, coinvolgendo le capigliature maschile e femminile: “La natura stessa ci insegna che non sta bene che gli uomini portino i capelli lunghi, mentre invece una donna può essere fiera quando ha una lunga capigliatura”. – vv. 14,15, TILC.

L’enigmatica espressione del v. 4 – “giù per la testa avente” (κατὰ κεφαλῆς ἔχων, katà kefalès èchon) – contiene la preposizione κατὰ (katà) che fa anche parte del verbo κατακαλύπτω (katalýpto), “copro”, che troviamo nel nostro testo nella forma media κατακαλύπτομαι (katakalýptomai), “mi copro” (vv. 6,7). La stessa preposizione è presente anche nell’aggettivo ἀκατακάλυπτος (akatakàlyptos) dei vv. 5 e 13; l’alfa (α, vocale a greca) iniziale (ἀ-, a-) è detta alfa privativa: priva cioè l’aggettivo del suo significato; l’abbiamo anche in italiano, ad esempio nell’aggettivo “amorale” che significa “non morale”, e così anche in ateo, asessuato, eccetera.

La kòme (κόμη), la chioma, i capelli lunghi, hanno a che fare nel nostro testo con κομάω (komào), “lascio che i capelli crescano”, “ho capelli lunghi”; e hanno anche a che fare con κείρω (kèiro),“taglio corti i capelli della testa”.

Il famoso velo delle donne (richiesto da molte religioni in base a come intendono questo passo di Paolo) è menzionato unicamente alla fine del v. 15, in cui non siamo poi così certi che si tratti di velo e, comunque, non come imposizione ma solamente come paragone:

ἡ κόμη ἀντὶ περιβολαίου δέδοται αὐτῇ

e kòme antì peribolàiu dèdotai autè

la chioma in luogo di copertura è data a lei

Anzi, a ben vedere, più che un paragone si tratta di una sostituzione. I capelli lunghi femminili non sono paragonati a un velo o copricapo ma, dice Paolo, lo sostituiscono. Per essere precisi, la preposizione antì (ἀντὶ) indica qualcosa di opposto: “per, invece di, in luogo di [qualcosa]”. Se poi vogliamo spingerci oltre, stando a questa dichiarazione di Paolo il velo dovrebbe essere del tutto vietato alle donne durante il culto. Ma si tratta davvero poi di spingerci oltre? Si rileggano le parole di Paolo:

“Non vi insegna la natura stessa che se l’uomo ha i capelli lunghi, è un disonore per lui, ma se la donna ha i capelli lunghi, è per lei una gloria? Perché i capelli le sono dati in luogo di copricapo”. – Vv. 14,15, TNM.

Chiaramente Paolo sta deplorando i capelli lungi maschili e quelli troppo corti femminili. L’apostolo delle genti ammira invece la donna credente che porta i capelli lunghi, definendoli nientemeno che una gloria, e aggiunge che le sono dati per natura al posto del velo.

   Questa dichiarazione di Paolo segna la conclusione di tutta la sua argomentazione al riguardo, perché si trova alla fine. Dopo aver ragionato dettagliatamente sulla questione, Paolo si richiama alla natura che in sé insegna che l’uomo deve portare i capelli corti e la donna deve portarli lunghi. Dopo tale conclusione, Paolo taglia corto e non ammette discussioni: “Se qualcuno sembra disputare per qualche altra usanza, noi non ne abbiamo nessun’altra, né l’hanno le congregazioni di Dio”. – V. 16, TNM.

Il fatto che Paolo si richiama all’usanza delle comunità opponendola a “qualche altra usanza”, dovrebbe incuriosirci per indagare gli usi e costumi del tempo. Si noti però, prima, che tale usanza delle ekklesie o chiese di Dio non è riferita al velo ma alla capigliatura. Paolo ha infatti appena detto che “la natura stessa ci insegna che non sta bene che gli uomini portino i capelli lunghi, mentre invece una donna può essere fiera quando ha una lunga capigliatura perché le serve da velo”, ed è a questo punto che conclude tagliando corto: “Se qualcuno poi vuole ancora discutere su quest’argomento, sappia che … . – Vv. 14-16, TILC.

Usi e costumi antichi circa la capigliatura

Egizi. Dallo storiografo Erodoto sappiamo che gli antichi egiziani radevano la testa ai loro maschietti, lasciando solamente qualche piccolo riccio di capelli, ma gli adulti maschi si radevano poi queste poche ciocche considerate infantili. I capelli lunghi maschili erano considerati in Egitto un segno di lutto o indice di trasandatezza. L’ebreo Giuseppe, dopo la liberazione dalla prigione, si rase prima di essere condotto davanti al faraone che lo aveva convocato. – Gn 41:14.

Per ciò che riguardava le donne, queste portavano invece i capelli lunghi, come mostrano le numerose mummie che li hanno conservati in ottimo stato.

Assiri, babilonesi. I bassorilievi assiri mostrano uomini con capelli molto lunghi, addirittura arricciati sulle spalle. A quanto pare, aggiungevano anche capelli finti per allungarli ancora di più.

   Ebrei. Gli antichi uomini ebrei non portavano i capelli lungi ma si lasciavano crescere la barba, che doveva però essere ben curata (Lv 19:27; Ger 9:25,26;25:23;49:32). I capelli maschili lunghi erano segno di lutto e dolore (2Sam 19:24). Secondo il comando di Dio, i sacerdoti dovevano tagliarsi corti i capelli, senza radersi la testa. – Ez 44:15,20.

Le donne ebree portavano i capelli lunghi (Gv 11:2) e li curavano molto, considerandoli espressione di bellezza (Cant 7:5). Solo in caso di lutto o cordoglio se li tagliavano. – Is 3:24.

La prima chiesa dei discepoli di Yahshùa fu all’inizio composta da soli giudei. È naturale quindi che, secondo i costumi ebraici, gli uomini portassero i capelli corti e le donne i capelli lunghi. Tra l’altro, ciò ci fa riflettere su tanti dipinti cristiani che, sbagliando del tutto, raffigurano “Gesù” con i capelli lunghi. La chiamata degli eletti fu poi allargata ai gentili o pagani. La chiesa di Corinto ne è un esempio. Corinto era una città importante dell’antica Grecia. Come si acconciavano i greci? La chioma fluente per gli uomini era manifestazione di potenza. L’acconciatura femminile della Grecia antica riserva invece delle sorprese: era talmente “moderna” che sarebbe attuale anche oggigiorno. Sebbene le donne greche portassero i capelli lunghi, se li raccoglievano a chignon o li tenevano raccolti in reti o cerchi metallici oppure li legavano con nastri. In ogni caso, la contestazione paolina mostra che l’usanza corinzia dei capelli lunghi per gli uomini e dei capelli corti per le donne non corrispondeva all’usanza ebraica delle chiede di Dio. Anche Pietro lamenta l’intrecciatura femminine dei capelli (1Pt 3:3). Lo stesso Paolo è esplicito in merito: “Desidero che le donne si adornino con veste convenevole, con modestia e sanità di mente, non con forme di intrecciature di capelli … come si conviene a donne che professano di riverire Dio” (1Tm 2:8,10, TNM). Come deduciamo da Gv 11:2, le donne ebree portavano i capelli sciolti. Agghindarsi alla maniera dei pagani non avrebbe distinto i credenti.

Il vero pensiero espresso da Paolo

A questo punto della nostra analisi dobbiamo tornare alla frase enigmatica del v. 4, in cui, riferito al maschio che prega, Paolo dice:

πᾶς ἀνὴρ προσευχόμενος ἢ προφητεύων κατὰ κεφαλῆς ἔχων καταισχύνει τὴν κεφαλὴν αὐτοῦ

pàs anèr proseuchòmenos è profetèuon katà kefalès èchon kataischýnei tèn kefalèn autù

ogni uomo pregante o profetizzante giù da capo avente disonora il capo di lui

È possibile capire a che cosa Paolo si riferisce con “giù da capo avente”? Come accennato, di solito si interpreta come se fosse sottinteso ‘giù da capo avente un copricapo’. Anche così, tuttavia, non si comprende come si possa giungere all’idea del capo coperto; occorre interpretare di nuovo e intendere come se fosse ‘con un copricapo che gli scende dalla testa (stando comunque sulla testa)’. Ma in tal caso non avrebbe fatto prima Paolo e dire semplicemente “sulla testa”? L’espressione greca certo non manca e la troviamo anche nella Bibbia: ἐπὶ τῆς κεφαλῆς (epì tès kefalès). Così, ad esempio, in Mt 27:29 quanto i soldati romani misero “sulla testa” di Yahshùa una corona di spine.

Ciò che più conta, l’interpretazione di un copricapo che penda giù dalla testa dell’uomo pregante è impedita dai vv. 14 e 15 che risultano incompatibili con questa spiegazione. Infatti, ai vv. 14 e 15 il disonore maschile è dato dai capelli lunghi.

1Cor 11:4

ἀνὴρ προσευχόμενος … κατὰ κεφαλῆς ἔχων καταισχύνει τὴν κεφαλὴν αὐτοῦ

anèr proseuchòmenos … katà kefalès èchon kataischýnei tèn kefalèn autù

uomo pregante … giù da capo avente disonora il capo di lui

1Cor 11:14

ἀνὴρ μὲν ἐὰν κομᾷ, ἀτιμία αὐτῷ ἐστίν

anèr mèn eàn komà atimìa autò estin

uomo poi qualora faccia crescere capelli vergogna per lui è

La causa di vergogna (atimìa) per l’uomo non è il copricapo durante la preghiera, copricapo che Paolo neppure menziona! A sua vergogna sono i capelli lunghi, così come li portavano i greci pagani. Ciò che disonora (kataischýnei) il suo capo, che è Yahshùa, sono i capelli lunghi che lui porta e che scendono giù dalla sua testa (“giù da capo avente”).

Tra l’altro, il participio indicativo presente nominativo singolare maschile ἔχων (èchon) fa riferimento al verbo ἔχω (ècho) che significa sì “avere” ma nel senso di “tenere” e “tenersi o trovarsi così, essere in una tale condizione” (cfr. Vocabolario del Nuovo Testamento). Potremmo quindi meglio tradurre: “tenendo giù dal capo”, riferito ai capelli lunghi in base a tutto il contesto. I capelli di costui che imita i costumi greci sono talmente lunghi che scendono giù dalla sua testa. L’astrusa espressione del v. 4 è così spiegata nell’unico modo possibile, riferendoci al v. 14.

La stessa considerazione vale per i capelli della donna:

1Cor 11:5

γυνὴ προσευχομένη … ἀκατακαλύπτῳ τῇ κεφαλῇ καταισχύνει τὴν κεφαλὴν αὐτῆς

ghynè proseuchomène … akatakalýpto tè kefalè kataischýnei tèn kefalèn atutès

donna pregante … con non coperto il capo disonora il capo di lei

1Cor 11:15

γυνὴ δὲ ἐὰν κομᾷ δόξα αὐτῇ ἐστίν

ghynè dè eàn komà dòcsa autè estin

donna invece qualora faccia crescere i capelli gloria per lei è

Abbiamo così la gloria (dòcsa) dei capelli lunghi femminili contrapposta alla vergogna dei capelli lunghi maschili. La testa akatakalýpto, “non coperta”, va quindi intesa non coperta di capelli. Paolo esaspera l’immagine riprovevole della donna con i capelli corti o raccolti in modo tale da sembrare corti facendo una delle sue battute taglienti: “Se la donna non si copre, sia anche rapata; ma se è vergognoso per una donna essere rapata o rasa, si copra”. – V. 6, TNM.

Paolo qui va all’estremo, esasperando il concetto. Questo suo modo di imporre a chi non vuole intendere un’idea che deve essere chiara in sé, ragionando per estremismo, lo adotta anche per la circoncisione in Gal 5:12, in cui dice che coloro che insistono sulla circoncisione possono anche – per usare un’espressione sarcastica simile a quella paolina – farselo tagliare! L’asportazione del semplice prepuzio, Paolo l’esaspera fino a parlare di asportazione di tutto il pene. Così, di fronte alla donna che insiste con l’uso greco e pagano dei capelli corti, arriva a dire di rasarsi completamente.

Anche quest’ultima argomentazione di Paolo è interessante per il nostro esame. Si noti come Paolo usa, al v. 6, due verbi affini che hanno a che fare con il taglio dei capelli:

αἰσχρὸν γυναικὶ τὸ κείρασθαι ἢ ξυρᾶσθαι

aischròn ghynaikì tò kèirasthai è csyràsthai

vergognoso per una donna il tagliare corti i capelli o radersi

Il primo verbo (kèiro) indica un normale taglio dei capelli, noi diremmo con le fobici. Il secondo verbo (csyràomai) indica la rasatura completa. Detta secondo il nostro modo corrente di parlare, il verbo (kèiro) indica un taglio “alla maschietto”, il secondo verbo (csyràomai) indica il “raparsi a zero”. Paolo definisce ambedue le scelte una cosa vergognosa. Il che conferma che tutto il suo discorso è contro la capigliatura, potremmo dire, alla corinzia.

Partendo da una dichiarazione decisa ma quasi statica, Paolo prosegue con tutto un crescendo fino ad arrivare agli imperativi di indignazione che esasperano il concetto. Il discorso di Paolo è fatto di getto, secondo il suo carattere. Gli imperativi che usa non sono eleganti, data la sua evidente irritazione. Quella situazione lì a Corinto lo manda davvero su tutte le furie.

Non c’è tuttavia in Paolo solo l’istinto emotivo che lo fa indignare. Egli cerca anche di dare spiegazioni in modo logico e soprattutto biblico. Riferendosi alla creazione dell’uomo e della donna, sottolinea che il maschio viene direttamente da Dio mentre la donna proviene dall’uomo. Non si tratta affatto di un discorso maschilista, perché precisa subito che “riguardo al Signore la donna non è senza l’uomo né l’uomo senza la donna. Poiché come la donna è dall’uomo, così anche l’uomo è per mezzo della donna; ma tutte le cose sono da Dio” (vv. 11,2 TNM). Paolo vede nella creazione diretta dell’uomo motivo di gloria, così come vede nella donna motivo di gloria per l’uomo. L’apostolo delle genti ha comunque come un sussulto quando parla a favore della donna: “L’uomo è per mezzo della donna”. Se l’uomo pare avere una certa superiorità sulla donna alla creazione, di certo la donna ha la sua superiorità nella procreazione. E tutti e due, precisa Paolo, “sono da Dio”.

Un altro argomento che Paolo usa per la sua tesi lo trae dalla natura. Ciò che dice assomiglia a una dichiarazione di un suo contemporaneo, Epitteto, che nelle sue Dissertazioni scriveva in 1,16,10: “Non ha distinto la natura mediante i capelli l’uomo dalla donna?”

Nel nostro approfondito esame rimangono da chiarire alcuni aspetti finora trascurati. Uno di questi è la frase sibillina al v. 10: “La donna deve avere un segno di autorità [ἐξουσία (ecsusìa)] sul capo a motivo degli angeli” (TNM). I vocabolari di greco danno diverse sfumature della parola ecsusìa, ma tutte e senza eccezione indicano sempre il significato di un potere esercitato e mai subito. Si veda lo stesso vocabolo applicato all’autorità di Yahshùa che insegna (Mt 7:29), al centurione sul soldati (Mt 8:9) e così via. Rimanendo in ambito paolino, l’ecsusìa è in 1Cor 7:37 l’autocontrollo in campo sessuale, in 1Cor 8:9 il diritto di mangiare carni offerte agli idoli; si vedano anche gli altri passi paoli in cui compare il vocabolo. In base a tutti i contesti in cui la parola ecsusìa è impiegata, potremmo tradurre il v. 10 così: “La donna deve portare sul capo un segno della sua indipendenza”. Il senso è che acconciandosi adeguatamente come si conviene a una donna in quanto donna, ella si mostra in tutta la sua dignità rendendo visibile la sua fierezza femminile.

   Che cosa vuol dire “a motivo degli angeli”? Circa questa espressione, non è per nulla probabile che si tratti di angeli decaduti per i quali la donna sarebbe occasione di peccato così che si dovrebbe paventare un nuovo diluvio (la tematica della seduzione sessuale qui è totalmente fuori campo), ma deve probabilmente trattarsi degli angeli posti a salvaguardia dell’ordine naturale, frequenti nella letteratura intertestamentaria e nell’Apocalisse: qui sarebbero a salvaguardia della differenziazione sessuale tra maschio e femmina. A meno che il termine aggelos non sia da prendere nel suo significato profano di «messaggero». Così intende la Bible de Jérusalem del 1998: «Si tratta dei messaggeri di altre comunità che sarebbero scandalizzati da un’acconciatura poco femminile».

Uomo e donna sono differenti e, anche quando pregano e profetizzano, la loro differenza si mantiene e deve essere visibile. Come si evince dall’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, gli angeli erano visti a custodi del cosmo e della creazione, difendendone e salvaguardandone l’ordine. Mantenendo l’ordine stabilito, uomo e donna devono pregare e profetizzare secondo la propria conformazione che è poi quella che Dio ha voluto. La donna non deve mascolinizzarsi e l’uomo non deve effeminarsi. Gli angeli dunque vegliano su quest’ordine e la donna che si mascolinizza si disonora. Il senso è: ‘La donna deve mostrare la sua posizione con una capigliatura da donna secondo l’ordine creaturale a motivo degli angeli che sovrintendono gli elementi del cosmo’.

Prima di concludere la nostra analisi, è il caso di fare un esame minuzioso di altri termini che compaiono nel passo paolino. È il caso di dire qualcosa sul famoso “velo” di cui non abbiamo trovato traccia, “velo” femminile diventato deplorevolmente di sottomissione all’uomo presso diverse religioni maschiliste e lontanissime dalla Sacra Scrittura. Il vocabolo in questione è il sostantivo neutro περιβόλαιον (peribòlaion). Anche a orecchio, senza conoscere il greco, si può intuire qualcosa in merito. Il vocabolo è composto da perì, che significa “attorno” (si pensi all’italiano “perimetro”, derivato dal greco). Il resto della parola peribòlaion ha a che fare con il verbo greco bàllo, “gettare”. Il senso finale è di qualcosa ‘gettato attorno’, tipo un mantello. Questo vocabolo si trova in tutta la Bibbia qui e un’altra volta in Eb 1:12: “Tu [Dio] li avvolgerai [i cieli] come un mantello [περιβόλαιον (peribòlaion)], come un abito; e saranno mutati, ma tu sei lo stesso” (TNM). Si noti anche che qui il mantello è in parallelo con un abito. Ora, dando il giusto senso alle parole, Paolo sta dicendo in 1Cor 1:15 che alla donna i capelli lunghi sono dati al posto di un peribòlaion, di un mantello, di un capo d’abbigliamento, di qualcosa che l’avvolge e l’adorna, che la rende gloriosa perché, “se la donna ha i capelli lunghi, è per lei una gloria”. – Ibidem.

Ecco svelato il famoso “velo”. Sotto c’è una magnifica capigliatura femminile fluente che è segno autorevole e glorioso della sua indipendenza femminile.

Nel brano paolino oggetto del nostro studio vengono usati i termini greci per “uomo” e per “donna”. La lingua greca è molto precisa e ha termini inequivocabili. Riguardo a “uomo” e “donna” i vocaboli sono:

ἀνήρ, ἀνδρός

(anèr, andròs)

“uomo”

essere umano maschio

Da cui il nostro “andrologia”

γυνή, γυναικός

(ghynè, ghynaikòs)

“donna”

essere umano femmina

Da cui il nostro “ginecologia”

ἄνθρωπος, ἀνθρώπου

(ànthropos, anthròpu)

“uomo”

essere umano, maschio o femmina che sia

Da cui il nostro “antropologia”

C’è anche un altro vocabolo da chiarire: κεφαλή (kefalè), “testa”, femminile anche in greco. Come in italiano, la testa può indicare anche in greco un’autorità (come nel nostro: essere alla testa di). A questo doppio senso si presta bene la parola “capo”: in greco come in italiano può indicare la testa ma anche un capo inteso come autorità. Ovviamente è il contesto che ne suggerisce il senso. Si pensi alla frase “il suo capo gli ha fatto una lavata di capo”, in cui la stessa parola assume due sensi diversi in modo chiaro.

Chiariti i vocaboli, notiamo che nel nostro testo Paolo fa al v. 3 una triplice affermazione:

παντὸς ἀνδρὸς ἡ κεφαλὴ ὁ χριστός ἐστιν

pantòs andròs e kefalè o christòs estin

di ogni uomo il capo il Cristo è

  1. κεφαλὴ δὲ γυναικὸς ὁ ἀνήρ

kefalè dè ghynaikòs o anèr

capo però di donna l’uomo

  1. κεφαλὴ δὲ τοῦ χριστοῦ ὁ θεός

kefalè dè però christù o theòs

capo però del Cristo il Dio

Di queste tre affermazioni la prima è oscura, la terza è difficile ma non troppo, la seconda è chiara al punto che fa da chiave interpretativa alle altre due.

I vv. 8 e 9 (“L’uomo non è dalla donna, ma la donna dall’uomo, e, per di più, l’uomo non fu creato a causa della donna, ma la donna a causa dell’uomo”, TNM) ma anche poi i vv. 11 e 12 (“Riguardo al Signore la donna non è senza l’uomo né l’uomo senza la donna. Poiché come la donna è dall’uomo, così anche l’uomo è per mezzo della donna; ma tutte le cose sono da Dio”, TNM) ci hanno fatto comprendere che l’uomo viene detto testa/capo (kefalè) della donna: si tratta del suo essere originante (principio d’origine, alla creazione) della donna, essendo lei stata tratta dall’uomo. È del tutto chiaro ed evidente che qui non si tratta della testa come al v. 5 in cui si parla della testa della donna che è disonorata se non è coperta convenientemente dai capelli lunghi. Al v. 5 sarebbe meglio tradurre: “Ogni donna che prega o profetizza con la testa scoperta fa vergogna alla propria testa”.

La seconda affermazione di Paolo ha quindi questo senso: ‘Principio d’origine (kefalè) della donna è l’uomo in ragione della di lei creazione dalla metà di lui’.

La terza affermazione deve allora significare che Dio è il principio originante di Yahshùa. Ciò è del tutto biblico.

La difficoltà vera sta nel dare un senso alla prima dichiarazione. Sarebbe infatti inammissibile dire che il principio originante del maschio sia il Cristo. Sarebbe inaudito affermare che Yahshùa è il capo dell’uomo inteso come maschio. D’altra parte nel testo biblico si legge proprio che:

παντὸς ἀνδρὸς ἡ κεφαλὴ ὁ χριστός ἐστιν

pantòs andròs e kefalè o christòs estin

di ogni uomo (maschio) il capo il Cristo è

Bisognerebbe dare quindi un senso diverso alla parola anèr (ἀνήρ), “uomo maschio”. Il vocabolario però non può essere assolutamente forzato. Come se ne esce?

Va ricordato che una cosa è il significato, altra il senso. Questa è una regola basilare dell’ermeneutica biblica. Vediamolo nel testo biblico. Leggiamo Ef 5:23: “Il marito [ἀνήρ (anèr)] infatti è capo [κεφαλὴ (kefalè)] della moglie [γυναικὸς (ghynaikòs)], come anche Cristo è capo [κεφαλὴ (kefalè)] della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo”. Qui non viene davvero detto che Yahshùa è capo del maschio. Paolo dice che il maschio/marito (anèr) è capo (kefalè) della moglie/donna (ghynaikòs), ma poi non dice che Yahshùa è capo (kefalè) dell’uomo/maschio; piuttosto Paolo dice che il Cristo è capo (kefalè) della chiesa, che notoriamente è composta da uomini e da donne. Yahshùa è quindi capo dell’uomo nell’identico modo in cui lo è della donna.

Tornando alla prima affermazione del v. 3 – “di ogni uomo (maschio) [anèr] il capo il Cristo è” – va notato anche che dare ad anèr il senso di maschio crea un’estraneità nel testo, non integrandosi più nel contesto. In tutto il ragionamento che Paolo sviluppa dal v. 2 al v. 16, infatti, dovrebbero essere casomai Dio e la donna ad essere capi (princìpi originanti) del maschio, perché nella creazione il maschio venne direttamente da Dio e nella procreazione viene dalla donna.

Il senso da dare ad anèr del v. 3 non può perciò che essere quello che ha in base a Ef 5:23 secondo cui Yahshùa è capo della chiesa, quindi sia dell’uomo sia della donna.

Non va dimenticato che nella sezione di 1Cor che stiamo prendendo in esame, Paolo si mostra alquanto alterato fino al punto di perdere le staffe e usare nientemeno che un imperativo carico di indignazione ordinando alle credenti corinzie che  insistono con l’acconciatura alla maschietto di farsi rapare a zero!

Possiamo trovare altre evidenze bibliche che confermino la possibilità (perfino la necessità) di dare al termine anèr il senso di essere umano, uomo o donna che sia? Sì. Nella versione greca della LXX, in Gn 14:21 – “Il re di Sodoma disse ad Abramo: «Dammi le persone; i beni prendili per te»” – si legge, al posto di “perone”, τοὺς ἄνδρας (tùs àndras). Non ci sono dubbi che qui àndras includa le donne. Lo dimostra il precedente v. 16 che spiega che Abraamo “recuperò così tutti i beni e ricondusse pure Lot suo fratello, con i suoi beni, e anche le donne e il popolo”. A ulteriore prova si legga la strana espressione di Gn 17:23 nella traduzione greca della LXX, passo tradotto da TNM: “Ogni maschio fra gli uomini della casa di Abraamo”; il greco ha πᾶν ἄρσεν τῶν ἀνδρῶν (pàn àrsen tòn andròn); l’aggettivo àrsen significa “maschio” e sarebbe un assurdo tradurre “ogni maschio dai maschi”, tant’è vero che TNM deve volgere andròn in “uomini”.  Più chiara la versione C.E.I.: “Tutti i maschi appartenenti al personale della casa di Abramo”.

Abbiamo anche evidenze direttamente bibliche. Si noti At 17:34: “Alcuni uomini [ἄνδρες (àndres), letteralmente “uomini (maschi)”] si unirono a lui e divennero credenti, fra i quali anche Dionisio, giudice del tribunale dell’Areopago, e una donna di nome Damaride”. – TNM.

Ma c’è molto di più. Nella comunità di Corinto, che era piena di problemi anche gravi, donne e uomini si erano quasi scambiati i ruoli, ottenendo in pratica una innaturale indifferenziazione che si rispecchiava visibilmente nel modo di acconciarsi: gli uomini come donne, le donne come uomini. Rileggendo le tre affermazioni del v. 3, si nota che la seconda e la terza contengono un “però” (greco δὲ, dè). Sembrerebbe, a ben pensarci, che la prima affermazione (che non contiene alcun “però”) sia l’espressione del pensiero di quei corinti indisciplinati: “Capo di ogni essere umano è Cristo”. Paolo concede loro questa idea, che del resto è biblica, ma poi la corregge nell’intendimento errato dei corinti i quali volevano equiparare uomini e donne senza differenziazione. cf. G. Barbaglio, La prima Lettera ai Corinzi. Introduzione, versione e commento, EDB, Bologna 1996, pp. 538 e 539: «[Paolo] intende difendere la diversità dei sessi minacciata dal comportamento delle carismatiche di Corinto che si eguagliavano esternamente agli uomini»; «L’apostolo aborre dalla confusione dei sessi, in particolare di fronte al tentativo di omologazione della femmina al maschio, allora in atto nella chiesa di Corinto a proposito del fenomeno della profezia» e R.F. Collins, First Corinthians, Collegeville 1999, p. 407: «Gli uomini devono mostrarsi uomini e donne le donne».  Cf. le note della Bible de Jérusalem 1998: «I capelli lunghi denotavano l’omosessualità maschile… La capigliatura corta denotava l’omosessualità femminile».

Ecco allora i suoi “però”: Sì, è vero, il capo di tutti è Cristo, ma principio originante della donna è l’uomo, ma principio originante del Cristo è Dio. Come dire: sì, c’è parità, ma pur tuttavia qualcosa di diverso tra uomo e donna c’è. Paolo dice anzi di più: in qualcosa l’uomo è superiore alla donna, in qualcosa la donna è superiore all’uomo; intendendo ovviamente “superiore” come diverso/diversa. Detto meglio: l’uomo è diverso dalla donna perché creato direttamente da Dio, la donna è diversa dall’uomo perché è da lei che nascono anche i maschi. Cade così anche il pessimo e falso mito del Paolo misogino e si svela il vero Paolo, femminista, al cui epistolario appartengono le frasi più audaci in favore della donna. Anche in ciò Paolo fu imitatore di Yahshùa, che teneva in gran considerazione le donne.

E non solo. Paolo si mostra molto più moderno degli attuali bacchettoni delle religioni che pretendono di velare le donne. E il famoso velo imposto alle donne? Del tutto inesistente. Mai esistito. Finalmente il mitico quanto immaginato velo è stato svelato.

Perso l’inesistente velo, la donna credente, la discepola di Yahshùa, emerge in tutta la sua fiera dignità di donna.

Fonte: Biblistica – Credereoggi

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